Un’assemblea costituente per il futuro della Calabria

L’assemblea Costituente, seduta del 31 gennaio 1948

Pochi hanno avvertito una forte emozione nel passaggio tra il 2020 e il 2021. Nel senso che il trapasso tra l’anno più negativo a memoria d’uomo e quello che tutti definiscono l’anno della ripresa è avvenuto per effetto trascinamento, nell’ambito di una misura restrittiva del governo, di cui ancora si stenta a comprendere la logica e la coerenza.

File interminabili e nessun distanziamento, il 31 dicembre, nei negozi di generi alimentari, in specie nelle macellerie, mentre i negozi di abbigliamento, dove è da anni che non c’è affollamento, rigorosamente chiusi, ampi capannelli davanti ai bar di giovani con bevande in mano al di fuori degli orari di apertura, criptocenoni in casa tra amici, familiari e congiunti al di là del limite consentito. Pochi fuochi d’artificio e timidi botti in periferia. Ma sostanzialmente tutto come prima, anche se in modalità Covid. Dopo la mezzanotte la gente si muove circospetta attraverso i vicoletti, anche se per le strade deserte non si avvertono i controlli minacciati. Le lancette dell’orologio segnano la mezzanotte e il primo secondo del nuovo anno scocca senza sussulti, con scontata normalità e forzati brindisi a base di champagne italiano. La mente della gente è turbata da un anno da dimenticare e non riesce a leggere i segnali del cambiamento, con il timore che tutto sarà ancora come prima. Malgrado gli annunci chilometrici di Conte, a cui credono sempre meno italiani, le buone intenzioni del Presidente Mattarella, formalmente al suo ultimo anno di mandato, le omelie di pauperismo globale di Papa Francesco. Il nuovo anno, purtroppo, è una fisiologica prosecuzione del vecchio. Stessi bollettini dei contagi e dei decessi, stesse restrizioni alla libertà di movimento e di impresa per i cittadini, stesse incertezze interpretative delle varie disposizioni tra Governo e Regioni. In uno scenario politico animato dallo scontro tra il topolino Renzi e la montagna Conte sostenuta da Di Maio e Zingaretti. Il cui esito è totalmente nelle mani di Mattarella, che difficilmente troverà il coraggio di sciogliere le Camere per nuove elezioni con l’attuale legge elettorale e la quasi certa vittoria del centrodestra di Salvini e Meloni, malgrado gli strafalcioni politici del leader leghista. Allora il rischio è che il 2021 riproduca gli stessi comportamenti del 2020: la pandemia sarà ancora un alibi per mantenere una maggioranza di governo totalmente distante dal sentimento degli italiani, il Recovery Fund, quando e nella misura in cui arriverà, sarà l’ennesima occasione mancata per innescare un reale processo di sviluppo e di innovazione per il paese. In questi giorni di retorica populista, che trabocca dalle parole dei leader del M5S e del PD, si è fatto molto ricorso al ricordo della ricostruzione del Paese nel dopoguerra e al Piano Marshall, con l’auspicio di ricrearne lo spirito e quindi i risultati. Peccato che in pochi ricordano che quella ricostruzione, in condizioni forse più difficili, fu propiziata da uomini, di Governo e di opposizione, come De Gasperi, Nenni, Togliatti, mentre si affacciavano sulla scena nuove generazioni di politici come Moro, Andreotti, Fanfani... A chi guardare oggi, se non a Mario Draghi, anche se la politica è un’arte complessa, diversa anche dal governo tecnico dell’economia.

 

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